LEADERSHIP FOR UNCERTAIN TIME

We want organisation to be adaptive,flexible, selfrenewing, resilient, lerning-inteligent – attributes found only in living systems. The tension of our times is that we want our organisation to behave as living system, but we only know how to treat them as machines

Margaret J

“Femminuccia a chi? Anzi, Sì!”

Eccoci nuovamente a parlare di #donne manager e nel mondo del lavoro.

Il tema è sempre più acceso e sentito, almeno lo è da parte nostra. Si parla di uguaglianza e di inclusione anche se abbiamo visto (in questo post) che la cultura modella il contesto all’interno del quale operiamo, ossia lo “spazio strategico”.

Solo qualche mese fa, prima del lockdown, ho avuto modo in un meeting di lavoro di conoscere una donna che avrei potuto collocare in un film degli anni 70 …. Immaginatela: iper-truccata, super-efficace (perlomeno lei lo credeva), poco modesta e per niente coinvolgente.

Insomma ricordava un po’ un uomo nel pieno della sua carriera.

Quale è l’immagine che abbiamo in mente quando parliamo di donne manager? Sicuramente è diversa -per fortuna- da quella avremmo avuto qualche decennio fa o che vi ho descritto sopra.

Una parte della popolazione femminile era convinta in passato che per arrivare ai piani alti bisognava atteggiarsi come un uomo. Non fraintendetemi, era un modo per crearsi dello spazio laddove non c’è ne era.

Oggi per fortuna siamo valorate per non essere similI agli uomini, anzi tutt’altro!

Non molto tempo fa ho letto una ricerca, firmata HBR, che identificava 7 lezioni di leadership che gli uomini dovrebbero apprendere da noi donne. In effetti, la ricerca mostrava che la prevalenza di figure senior maschili non è un prodotto di un talento di leadership “superiore” negli uomini. Piuttosto, ampi studi quantitativi, tra cui meta-analisi, indicano che le differenze di genere nei talenti di leadership sono inesistenti o favoriscono effettivamente le donne.

Ripropongo sinteticamente queste lezioni. Per info, la ricerca è stata condotta da un uomo e una donna.

Lezione #1 Miglioriamoci scegliendo meglio.

Se vogliamo dei leader più validi allora la scelta non dovrebbe essere guidata dalla self-confidence che la persona mostra (visto che si tradurrà spesso in promozione personale): dovremmo promuovere persone in ruoli di leadership quando sono competenti piuttosto che fiduciose. Dovremmo esaminare la loro esperienza e qualità di leadership in termini di intelligenza, curiosità, empatia, integrità e la predisposizione a condividere. Qualità quest’ultime considerate “femminili”.

Lezione #2  Riconosci i propri limiti.

Viviamo in un mondo in cui viene celebrata la fiducia in se stessi quando invece è molto più importare la consapevolezza di se stessi. Fiducia e consapevolezza che spesso sono conflitto tra di loro.  Ad esempio, la consapevolezza dei propri limiti (difetti e debolezze) è incompatibile con livelli di autostima alle stelle. Sebbene le donne non siano così insicure come spesso descritte nella letteratura (e nei gran parte dei media popolari), gli studi dimostrano che sono generalmente meno sicure degli uomini. Questa è una buona notizia perché ci consente di capire come le persone ci vedono e lascia lo spazio per individuare il gap tra il nostro ideale e dove in realtà ci troviamo. Ci permette di pensare in modo più critico e per questo ci prepariamo meglio.

Lezione #3 Motiva attraverso la l’esempio e l’ispirazione.

Studi accademici dimostrano che noi donne siamo capaci di dirigere attraverso l’ispirazione e il cambiamento delle attitudini delle persone, allineando obiettivi e scopi (piuttosto che usare la tecnica del bastone&carota). Essere d’esempio permette al gruppo di lavoro di essere più coinvolto migliorando di conseguenza performance e produttività collettiva.

Lezione #4 Posiziona gli altri prima di te stesso.

E’ davvero difficile far sì che un gruppo di persone lavori collegialmente in modo coordinato come una vera squadra. Lo è ancora di più se la concentrazione è su se stessi. Fatevelo dire da chi gestiva un numero di gruppi intercambiabili non indifferente. La leadership è ben lontana da essere una carriera centrata sul singolo.

La leadership è ben lontana da essere una carriera centrata sul singolo

Lezione #5 Empatia

Oggi giorno i leader devono essere empatici e godere di quella che viene chiamata Intelligenza emozionale (Goleman, 1995). Noi donne abbiamo una certa abilità a creare connessione emozionale con le persone che ci circondano e lavorano per noi. Apprezziamo il lavoro altrui. La nostra sensibilità ci permette di essere dei leader non per il titolo o per status.

Lezione #6 Sviluppa le persone che ti circondano.

È stato dimostrato che le donne leader hanno maggiori probabilità di istruire, guidare e sviluppare i loro rapporti diretti rispetto agli uomini. Le donne sono degli agenti: usano feedback e indicazioni per aiutare le persone a crescere. Ciò significa essere più strategici nel rapporto con i dipendenti e colleghi, e include anche la disponibilità ad assumere persone migliori di loro, perché i loro ego hanno meno probabilità di ostacolare. Mentre se ci spostiamo verso figure leader auto-concentrate e egocentriche, la probabilità che tali individui possano trasformare un gruppo di persone in una squadra ad alte prestazioni a lungo termine è terribilmente bassa.

Infine

Lezione #7 Non dire che essere” umile”. Sii umile.

Ci sono differenze di genere ben stabilite nell’umiltà e  generalmente favoriscono le donne (ovviamente non tutte le donne lo sono…). Senza umiltà, sarà molto difficile per chiunque abbia il compito di riconoscere i propri errori, imparare dall’esperienza, prendere in considerazione le prospettive di altre persone ed essere disposto a cambiare e migliorare. 

Insomma, il miglior intervento sull’uguaglianza di genere è quello di concentrarsi sull’uguaglianza di talento e di potenziale. 

Erika

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donne “aspiranti manager” o un’azienda “aspirante equa”?

Sto per organizzare un webinar, per lavoro, sul tema “donne&innovazione” e avevo già in mente di scrivere qualcosa sul tema della sotto-rappresentanza di noi donne nel mondo manageriale e imprenditoriale. Il Presidente del consiglio Conte mi ha preceduto con un gran assist, assegnare un voucher di 35 mila euro a 500 donne per frequentare un master di supporto alla propria carriera: alla c.d. donna «aspirante manager». Categoria interessante, non trovate?

Quindi quale miglior momento per scrivere a riguardo delle donne manager, che aspirano al riconoscimento delle professionalità già in essere.

SPEAK UP

Ho gestito diversi gruppi misti di studenti neolaureati che svolgevano una delle loro prime esperienze lavorative nella mia organizzazione: li chiamo “mis Chic@s”.

Nonostante gli esaurimenti nervosi dovuti alle loro serate – brave-, i ritardi mattutini e le mie lezioni di responsabilizzazione… Questi ragazzi rappresentano una delle parti più soddisfacenti del mio lavoro. 

Ho coltivato sin da subito un certo senso si responsabilità verso loro e in particolare verso le ragazze, che sole vengono in America Latina per una esperienza lavorativa che possa darle un plus nel mondo del lavoro. A business world, pieno di uomini pronti a superarle se non saranno capaci di far ascoltare la propria voce.

Ripetevo spesso che dovevano parlare, buttarsi nelle cose, perché nessuno lo farà per loro.

speak up, since nobody will speak for you”

Ma c’è anche di peggio: potrebbero parlare di noi con retoriche che non ci appartengono.

Per esempio, vi è la convinzione che la sotto rappresentanza delle donne nei ranghi senior delle aziende sia dovuta alle lunghe ore estenuanti che richiedono i migliori posti di lavoro, specialmente nelle società di consulenza. La devozione delle donne alla famiglia è la causa tanto chiacchierata  della sofferenza nella loro carriera.

Perchè allora le statistiche non cambiano per le donne senza figli?

Esiste una interpretazione più banale? Una conclusione di un ragionamento causa-effetto, tanto lineare quanto superficiale.

Adesso, guardiamo questo concetto dall’altro punto di vista -utilizzando un pensiero più critico: e se le donne fossero “trattenute” perché incoraggiate a usufruire di meccanismi di flessibilità, come il “part-time” o internal positioning per poi essere penalizzate dal usufruirne?

Ecco che il tema diventa già più complesso. Il contesto nel quale proviamo a costruire una carriera è fondamentale e ne influenza il risultato.

Pensiamo a qualsiasi business; Porter ci insegna che la competitività della nostra industria dipende principalmente dalle barriere all’ingresso, dai competitors ma anche dalla capacità contrattuale che hanno i miei clienti/fornitori. 

Applicando brevemente questo concetto al nostro problema possiamo subito notare che siamo all’interno di un campo minato: molte aziende ancora -implicitamente- preferiscono assumere uomini; con i nostri competitor ce la giochiamo ma veniamo pagate meno; il potere contrattuale, espresso dalla azienda, è tutto rivolto verso l’affermazione della retorica di partenza (lavoro /famiglia).  

E così le aziende sono continuamente impoverite da figure femminili altamente qualificate. 

Ma quindi

siamo noi donne ad essere “aspiranti manager” o dovrebbe l’azienda essere “aspirante equa”?

Il voucher forse serve più a loro.

Erika

Consiglio di ascoltare questa puntata del podcast di Harvard Business Review “How Workplaces — Not Women — Need to Change to Improve Equality”   in cui si parla proprio di queste barriere invisibili.

A breve altro post sul tema ma questa volta scrivo di quali sono le qualità, di noi donne manager, che gli uomini dovrebbero apprendere …

intuizioni

“Sebbene le intuizioni siano una sorpresa, a volte possiamo percepire che un’idea è presente, in agguato proprio sotto la soglia della consapevolezza, pronta a emergere


Jhon Kounios

GENERALISMO | la miopia del dettaglio

“Sei generalista…”

Questa affermazione è intrinseca di una certa connotazione negativa, non credi? In una società in cui il settorialismo e la specializzazione è galoppante – quanto preoccupante-, il generalismo è considerato quasi un’eresia. 

“…il problema del tuo corso di laurea è quello di essere troppo generalista… se non ti specializzi non troverai mai lavoro…”

Non immagini quante volte nel passato mi sono sentita dire queste parole. Fino a poco tempo anche io condividevo questa ipotesi al punto tale da rimpiangere quasi la mia scelta universitaria. Ipotesi che, a onor di cronaca, non discosta troppo dalla realtà. 

La nostra società è sempre più alla ricerca di esperti che possano risolvere problemi. Ogni problema è unico e quindi merita di soluzione unica…meglio se gestita da un esperto unico in quel particolare dilemma.

Il mio compagno durante i miei momenti di sconforto nella mia ricerca professionale mi ribadiva: “pensa, se non avessi fatto quel percorso non saresti qui oggi. Tutte le esperienze alle spalle che hai le devi alla tua capacità di lettura trasversale”.

Mi ci sono voluti degli anni ma ho realizzato che quello che diceva era vero. 

Generalista non significa superficialità, tutt’altro. Significa porre attenzione a quei dettagli da nessuno considerati ma che letti in modo integrato assieme ad altri “punti” riescono a darti un’informazione nuova e diversa con cui interpretare i fatti. 

È un po’ come osservare un’opera: da vicino possiamo comprenderne la tecnica, apprezzarne la raffinatezza del tratto e i colori ma se non facessimo anche un passo indietro ci perderemmo della visione d’insieme, ignorando parte del messaggio che l’artista con quell’opera voleva trasmettere.

Rosabeth Moss Kanter – una dei miei business guru preferiti – parlava della capacità che le aziende devono acquisire di zoom-in and zoom-out per comprendere una circostanza o un problema e conseguentemente per essere capaci di leggerlo e affrontarlo.

Allo stesso modo noi generalisti guardiamo le cose cambiando scala in base alle necessità per poter comprenderne possibili pattern.

Vikram Mansharamani, già professore ad Harvard e Yale, si definisce un generalista.

In una epoca in cui aumentiamo sproporzionatamente la terziarizzazione delegando la responsabilità delle -nostre- scelte più importanti a esperti, Vikram spiega perché coltivare la conoscenza e le abilità di un generalista possono aiutare la nostra autonomia e auto-determinazione. (Qui il link al suo libro)

Questo contesto è amplificato dal nostro sistema accademico. Basta pensare al solo numero di corsi di ingegneria che esistono (e non in un Politecnico, ma in qualsiasi Università Italiana oggigiorno). 

Con questo non voglio ridimensionare la loro utilità o professionalità, lungi da me, piuttosto risaltare quella opposta altrettanto importante e utile.

La preoccupazione è che stiamo diventando – o lo siamo già- troppo dipendenti da una casta sociale di esperti per fornirci una guida su argomenti complessi che influenzano la nostra vita e il nostro lavoro.

Per oggi è tutto, ma continuerò a scrivere sull’argomento. Quasi quasi farò una  #series sull’argomento…

¿Que les parece? Me tinka, sì.

Erika 

alla Ricerca di un’intuizione e di una passione

Recentemente una mia cara tirocinante, che ho avuto il piacere di supportare durante il suo periodo in stage nella mia organizzazione mi ha chiesto consiglio. Appena laureata le hanno offerto un lavoro, relativamente stabile, che però discosta da quello che è il suo piano A, la sua passione.

Passioni e Intuizioni

Sei appassionato di qualcosa? Oppure, sei ancora alla ricerca?

Io sono una di quelle persone che non sapeva esattamente cosa avrei voluto essere da grande. O meglio, vi erano troppe cose che pensavo avrei potuto fare.

Rimpiango ancora, avvolte, di non aver scelto con più coraggio un percorso universitario diverso da quello intrapreso. Ho commesso errori duranti gli anni però sono sempre stata una gran lavoratrice, sono in procinto di prendermi il secondo titolo, leggo tanto, viaggio e sono aperta a tutto ciò che il mondo ha da offrire. Non tutto ha funzionato ma bisogna prendere il meglio da ciascuna circostanza.

Non so ancora quale sarà il mio prossimo indirizzo lavorativo che immagino condizionerà buona parte dei miei prossimi anni. Spero vivamente di poter svolgere qualcosa che mi appassioni tutti i giorni. 

E se invece non fosse così?

Ricordo vagamente un articolo di uno scrittore e psicologo americano che trattava il tema delle passioni e di come vengono generalmente “sopravalutate”. Il concetto è un pò più ampio ma ci arriviamo…

Articolo trovato!

Le intuizioni non cadono dal cielo

Il concetto è effettivamente più ampio: ciò che è sopravalutato è il bisogno per chi non ha una passione di averne una a tutti i costi. In realtà è già presente ma non ne siamo consapevoli. QUesto vale tanto per una passione quanto per quella tanto desiderata intuizione di innovazione che stai ricercando per il lavoro.

Non si trova molto in letteratura, non vi sono degli step da seguire o un processo da adottare per “trovare” la tua passione/intuizione.

John Kounios e  Mark Beeman, neuro-scienziati, lo descrivono come il fattore Eureka, i “aha moments”…

I momenti di Eureka o aha sono improvvise realizzazioni che espandono la nostra comprensione del mondo e di noi stessi, conferendo sia crescita personale che vantaggio pratico. Quel momento di illuminazione e di creatività. I due autori scrivono:

“Sebbene le intuizioni spesso siano una sorpresa, a volte possiamo percepire che un’idea è presente, in agguato proprio sotto la soglia della consapevolezza, pronta ad emergere. Questo fenomeno sconcertante ha una strana qualità soggettiva. Sembra che un’idea stia per esplodere nella tua coscienza, quasi come se stessi per starnutire”

Continuando spiegando che questa esperienza è associata all’”intuizione”, cioè alla consapevolezza della presenza di un’informazione  nella parte inconscia della nostra mente – un’idea, una soluzione- senza però comprenderne i contenuti (l’informazione stessa) fino a quando questa non si presenti in forma conscia.

La sopravvalutazione della ricerca di una passione è quindi dovuta al fatto che prima o poi semplicemente salterà fuori. Per il momento se non hai una passione è perché probabilmente non è manifesta ma inconscia.

Possiamo fare qualcosa per spronare questa consapevolezza?

Alcuni artisti lo fanno con periodo di “incubazione”, di allontanamento dal lavoro o da quello che provoca questo momento di non-ispirazione.

  1. Sicuramente piangersi addosso non serve. Sii positivo e non entrare in quel loop di negatività  che non porta da nessuna parte. Come cantava Giovanotti “pensa positivo”. E’ stato scientificamente provato che la predisposizione di vedere (o inventare) soluzioni è estremamente ridotta in uno stato di stress e non apertura.
  2. Quindi, muoviti: parla con gente, leggi, informati. Sii aperto. Trova delle occasioni per condividere delle informazioni con persone conosciute ma direi sopratutto nuove nella tua cerchia che potrebbero fornirti un’altra prospettiva.
  3. Concentrati sulle cose importanti. Fai una selezione senza però restare impigliato. Qui entra in gioco l’apertura e la necessità distanziarsi dal problema.

Le ricerche empiriche hanno dimostrato l’idea che i periodi di incubazione, anche se brevi, possono aumentare significativamente il rendimento creativo di una persona. 

Una possibile spiegazione per queste scoperte è che quando si presentano problemi complicati, la mente può spesso rimanere bloccata, ritrovandosi a rintracciare ripetutamente alcuni percorsi del pensiero – un loop. Quando si lavora incessantemente su un problema, è possibile essere fissati su soluzioni precedenti invece di trovare nuove possibilità.

Quindi, quando ritorni al problema originale, la tua mente è più aperta a nuove possibilità.

L’importante è continuare a “muoversi” e non aspettare passivamente. E se stai leggendo significa che devi solo continuare a fare quello che stai facendo!

il design thinking per non rimanere impigliati

Design Thinking on your Life

Questo è per me un periodo pieno di incertezza e come spesso capita di altrettanta euforia dovuta al cambiamento. Le giornate sono volatili con cambi repentini e inaspettati, tra picchi di gioia e speranza e bruschi cali nell’oblio della disperazione. L’ottimismo è sempre pronto a prevalere. L’incertezza di quello che sarà il mio futuro lavorativo da qui a un anno mi ha costretto a riflettere e a pormi delle domande su cosa voglio dalla mia vita professionale e su cosa sono disposta a dare o lasciare. Non voglio aspettare passivamente che qualcosa dal mondo esterno mi cada addosso o, peggio ancora, rimanere impigliata nell’indecisione.

Quante volte rimaniamo impigliati a causa di costruzioni mentali o dell’incertezza.

In questo mio processo di analisi personale o meglio di “alfabetizzazione” di me e delle mie capacità ho scoperto diverse “tecniche” che hanno l’obiettivo di superare proprio quel blocco. Una tra queste è proprio il Design Thinking applicato alla propria vita. 

Piuttosto che su “cosa voglio essere da grande” questo metodo riflette su “quello in cui voglio diventare mentre il disegno della nostra vita avanza e si apre”. 

Il Design Thinking è una metodologia generalmente utilizzata in ambito imprenditoriale o ingegneristico su prodotti e servizi. E’ un modo di pensare, tipico dei designers, nel tentativo di risolvere problematiche in modo innovativo e nel creare del “nuovo”. Infatti, il blocco di cui parlavo prima è un’esperienza famigliare e ripetitiva per i designer che si trovano a ideare, testare, fallire, re-ideare in in un circolo continuo. 

Siamo bloccati da quello che gli psicologi chiamo “distorsioni cognitive”, convinzioni che possediamo senza metterle alla prova o senza titubarne la loro veridicità.  Sono distorsioni che hanno a che fare con l’effettivo contenuto del pensiero. Sono credenze, aggiungerei inutili e imprecise, che ci fanno interpretare le cose in modo negativo o disattivo e che limitano la nostra possibilità di sperimentazione.

Alcuni esempi? Qui alcune frasi tipiche che contengono distorsioni cognitive: “Le persone non possono cambiare” oppure “sono pigro” o ancora “dovresti già sapere dove stai andando vista la tua età”. 

Tutti questi pre-concetti spesso sono supportati da schemi del mondo esterno. Oggi va tanto di moda dirlo…”be the best version of you”. Io di questo motto ne ho fatto un mantra fino a poco tempo fa per poi scoprire che forse non mi interessava davvero essere “la migliore” versione di me stessa tuttalpiù “essere”. Esiste questa versione migliore?  E se si come faccio a sapere quando l’ho raggiunta? E poi, come si può essere la versione migliore di se stessi in questo mondo non lineare, non consequenziale, non ordinato? 

Un esempio concreto. Ho creato la pagina del mio blog per avere uno spazio in cui contenere le mie riflessioni, curiosità e letture per poi non renderlo pubblico per mesi, ero bloccata dall’idea del giudizio, perché doveva essere la “migliore” versione possibile. Ma perchè? Ma per chi? Ma chissene. Cosa mi stavo perdendo in questo frattempo? 

Il paradigma “the -one- best way”  è ormai obsoleto (persino nel mondo imprenditoriale il quale è stato l’ideatore di questa mentalità) perché lento e pesante.

“The unattainable best is the enemy of all the  available betters.” (BILL BURNETTE)

Ossia ”L’irraggiungibile migliore è il nemico di tutte le alternative migliori disponibili.” ( Bill Burnett)

Quindi sono giunta a capire che vi sono diverse versioni di noi stessi e ciascuna versione nel mezzo tra il mio punto di partenza e il punto d’arrivo immaginario è un passo avanti. Non si tratta di accontentarsi; chi mi conosce sa che non mi accontento, -quasi- mai . Si tratta di avanzare e non rimanere bloccati.

I Mindset caratterizzanti questi professionisti vengono quindi traslati e applicati al nostro essere quotidiano grazie all’individuazione di cinque fasi che dovrebbero aiutarti ad avanzare e “non rimanere impigliati”. 

CINQUE IDEE DA CUI PARTIRE

1. Connetti le parti. Connettere chi siamo, in cosa crediamo, cosa facciamo-  permette di dare senso al proprio percorso. Attenzione, ti viene chiesto perché lavori e  non cosa fai o quale lavoro vorresti, ma per cosa? Quale è la tua visione  del mondo, in cosa credi? Cerca di connettere in modo coerente la vita lavorativa con quella personale, già questa è un’esperienza che da significato…

2. Identifica i Gravity Problems. I gravity problems sono “problematiche” insormontabili che non possono essere cambiate o che non sei disposto ad avere. Non possiamo risolvere una problematica che non vogliamo accettare come tale. Se hai un problema di gravità e non hai voglia di lavorarci o risolverlo allora non è nient’altro che un circostanza nella tua vita. Da li in avanti è una scelta personale avanzare e iniziare un processo di soluzione (ri-contestualizzazione del problema) oppure o accettarla in quanto circostanza. Un tipico esempio è dato da una azienda familiare in cui il Presidente è sempre stato un membro della famiglia. Non sei parte della famiglia non puoi essere Presidente, vero. E se non fosse vero? Bene, sei di fronte a una scelta e decidere cosa fare: è questa una condizione di circostanza o una problematica che sei disposto a ri-contestualizzare e lavorarci? 

3. Immagina futuri alternativi. Bisogna essere coscienti che ognuno di noi ha più di uno solo io. Immagino almeno altre 8 vite che avrei potuto condurre (la sportiva, la giornalista, l’ingegnere, l’imprenditrice, l’artistia…potrei andare avanti ma evito). L’esercizio consiste nel pensare a un piano di 5 anni di tre futuri alternativi. Il primo idealmente è il tuo stato attuale, non ci sono cambiamenti solo alcune mete/obiettivi posti (nessuna deviazione ma soddisfazioni da prendersi, grandi o piccole, lavorative o non). Per il secondo piano sul tuo futuro parti dall’ipotesi che il tuo “stato attuale” (la tua posizione lavorativa per esempio) domani non esisterà più e  chiediti cosa faresti. La terza alternativa consiste nella carta nascosta o selvaggia. Puoi immaginare di stare bene, hai le risorse necessarie per decidere di poter fare qualcosa senza preoccupazione del giudizio delle persone circostanti. Cosa faresti?

4. Costruisci un Prototipo. A questo punto hai raccolto le idee e il design thinking prevede di eseguire un prototipo, una sorta di test nel mondo reale. Per farlo inizia  a interrogati con domande interessanti (“e se provo a fare questo?), chiediti se l’ipotesi è fondata (“è davvero quello che voglio o è un desiderio che avevo da adolescente?”), e pensa a  come coinvolgere altri nel mio prototipo. Puoi per esempio avere delle conversazioni con chi attualmente ricopre una figura professionale a cui aspiri oppure sperimenta, entra in azione, e provalo direttamente sul campo per capire come ti senti.

5. Scegli, bene. Infine arriva il momento della scelta. Come farlo? Innazitutto decidi senza avere paura di ciò che non stai decidendo/scegliendo  (pensa, hanno anche coniato un termine per questo paura “FOMO: fear of missing out”). Sii concentrato  su tuo obiettivo ma mantenendo la visione laterale aperta, perché è lì lo spazio in cui quelle interessanti opportunità  – di cui siamo alla ricerca- si mostrano. Non essere iper-razionale ma ascolta anche il tuo istinto. Infine, prendi la decisione pensando a questa come definitiva (e non reversibile), altrimenti la possibilità di poter tornare indietro e “cambiare” scelta continuamente ti renderà infelice perché qualsiasi tua decisione sarà insoddisfacente

E’ una dura verità: il nostro processo di decisione da quello più complesso a quello più semplice sempre termina con una fase di agonia data dalla scelta “non giusta”. Io per prima non ero mai soddisfatta fino in fondo della scelta intrapresa e questo è spesso dovuto al pensiero di ciò che si lascia dietro, appunto della paura di non aver scelto l’opzione giusta.

Adesso a lavoro: hai gli strumenti per essere il designer della tua prossima scelta.

Erika.

Vi consiglio il TEDx di Bill Burnett (Professore di Stanford, Direttore del Dipartimento di Design) e il suo libro Life Design Lab da cui ho preso maggiori spunti per scrivere il post.

Rituali

Oggi riflettevo sui Rituali.

E’ domenica, la domenica prima di Pasqua. Non è una novità per chi vive lontano dalla propria famiglia: le festività sono un momento di nostalgia. Riflettevo sui rituali, quelli in famiglia, a lavoro e così via.

Scommetto che se vi chiedessi di cosa avete nostalgia la vostra risposta sarebbe legata a un particolare episodio che sempre si ripete durante  quei gironi di festività…(come per esempio la pasta fatta in casa che la nonna prepara in quella occasione, l’uscita in famiglia, un gioco da tavolo per il dopo pranzo oppure la passeggiata al mare).

Siamo legati ai rituali perché hanno un potere risanatore.

Si legge ormai in ogni dove che la gente recentemente sta adottando “nuove abitudini” per fronteggiare la situazione di quarantena a cui il Covid-19 ci sta obbligando.

Io ne ho diversi di rituali, durante la settimana o nei weekend, persino durante l’allenamento:

prendere il primo caffè della giornata in una particolare tazzina, la colazione – ricca- della domenica, l’allenamento del sabato con gli amici o la corsa al parco che ripete lo stesso giro nella stessa direzione, sempre.

Mi viene in mente il formidabile giocatore di Tennis Nadal e i suoi mille riti durante la partita prima di battere un colpo o durante i momenti di break tra un tempo e l’altro.

prendersi il controllo di qualcosa 

Il rituale è un meccanismo umano interessante nella gestione delle emozioni nell’affrontare anche momenti di ansietà o problematici.

La loro utilità non sta nella loro praticità.  Però, se permette di creare un senso di controllo allora lì risiede la loro utilità generando e donando un senso di calma.

La tecnologia sta aiutando la gente a creare nuovi rituali o adattare quelli già esistenti in questa situazione di “isolamento” fisico. Un aperitivo su zoom con gli amici il venerdì o l’ora dedicata a yoga (che prima mai avresto immaginato di fare) o semplicemente il tè del pomeriggio tra una mail di lavoro e l’altra. 

I riti ci stanno aiutando a superare questo momento, permettendoci di ristabilire il nostro senso di controllo sulle nostre vite quando percepiamo di averlo perso.

E’ un processo di regolarizzazione che sembra il nostro essere abbia bisogno, in una certa misura.

Allo stesso modo, penso a quanto siano importanti nell’ambito lavorativo e che, se non rispettati, possono causare un senso di disorientamento: il caffè con il tuo gruppo di lavoro prima della riunione settimanale con il capo oppure il pranzo mensile con i colleghi di ufficio etc. Le aziende sono sempre più esplicitamente caratterizzate da “modi di fare”, rituali, che ne determinano la loro cultura tacita.

il rituale spesso viene anche usato come forza di controllo su di noi

Quanto è importante entrare in quel gruppo di persone che prendono il caffè tutti assieme prima della riunione? E’ una forma di esclusione non esserne parte? IIo credo di si , implicitamente o a volte anche volontariamente.

I rituali quindi possono essere studianti come meccanismi di gestione personale dal potere rigenerativo e come forme di controllo esercitate sugli altri. Meriterebbe un’approfondimento…

Bene, è giunta l’ora del mio tè…

E voi che rituali stravaganti avete?