la catapulta del covid-19 nella coscienza globale

Il COVID-19 ha catapultato i rischi catastrofici e il loro governo nella coscienza globale.

I segnali di allarme sono diventati sempre più forti e amplificati. 

Oggi si parla spesso di risk management e della sua importanza, per fortuna. Tuttavia, di pandemia tra gli altri rischi emergenti se ne parla già da diverso tempo. E’ sufficiente leggere qualche report di Istituti di ricerca autorevoli o di agenzie di riassicurazione per rendersi conto che il rischio pandemia era alle porte e -anche loro scrivono- che il mondo non era preparato.

Questo dovrebbe farci riflettere.

Dovremmo riflettere sulla vicinanza di questi rischi emergenti. E se i rischi sono funzione della probabilità di accadimento, allora possiamo dire che stanno dimostrandosi più probabili di quanto non si ipotizzati. O perlomeno, di quanto considerato dal pubblico più vasto.

Se il rischio di una pandemia è si materializzato diventando realtà globale potrai ben intuire quanto gli altri rischi siano ancora più vicini e prossimi. Le catastrofi dovute al cambiamento climatico stanno già accadendo, i segnali sono oggettivi e misurati, eppure la miopia resta.

Tutto questo per introdurre la relazione annuale della Global Challenges Foundation che fornisce una panoramica di tutte le maggiori minacce per l’umanità. Il report traccia gli sviluppi delle problematiche evidenziandone interconnessioni ed esplorandone la gestione a livello globale.

La relazione è una delle tante che si possono trovare in questo momento. Ho scelto questa perché sufficientemente chiara, diretta e concisa da essere letta e compresa da tutti.

Il report mostra chiaramente i complessi legami tra i differenti rischi globali e il modo in cui possono rafforzarsi a vicenda. 

Dedica una sezione di approfondimento al Covid-19 per poi riconcentrarsi su altre minacce.

In particolare evidenzia che la crisi climatica è stata quest’anno ampiamente oscurata dalla corsa al contenimento del virus. Esiste, infatti, il rischio che l’attenzione politica e pubblica per le questioni climatiche diminuisca drasticamente di fronte alle gravi conseguenze economiche e sociali della pandemia.

Sebbene la pandemia probabilmente porterà a una riduzione delle emissioni globali di carbonio nel 2020 questa è solo un effetto short term. Quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine di questa scelta?

Se da un lato vi è chi crede che l’ago della bilancia debba essere posto sul rilancio economico, dall’altro vi è invece chi crede che questa crisi – io preferisco chiamarla “onda di cambiamento” possa essere una svolta.

La ripresa dei Paesi può essere basata su nuovi principi di ricostruzione di economie e modalità di produzione e consumo più sostenibili, bisogna solo scegliere. E’ una decisione strategica e come tale non possiamo aspettarci risultati dall’oggi al domani nè possiamo pretendere di implementarla trasversalmente senza adattamenti locali.

Come nelle aziende, bisogna perseverare ed essere coerenti con la vision, trovando il modo più “competitivo” (nel senso buono del termine) di sviluppare la strategia.  

Perché la strategia funzioni, l’azienda deve essere responsabilizzata e deve lavorare armonicamente. Allo stesso modo la comunità internazionale deve muoversi in modo quanto più unito e cosciente possibile. Le strade possono essere diverse ma la mission resta unica. Questa diversità è espressione della adattabilità della strategia ma la sua fermezza nella vision la rende una visione a lungo termine.

Il nostro sistema politico-legale, invece, è stato sviluppato per affrontare questioni di causa ed effetto strutturate, a breve termine e dirette (l’esatto contrario della questione climatica ad esempio); le nostre istituzioni forniscono soluzioni semplici con effetti immediati.

Da qui l’importanza che il report riserva alla necessità di costruire nuove forme di governance globale per la gestione dei rischi in modo urgente e creativo.

Questa domanda collettiva sembra essere spinta dall’interconnessione di queste minacce, in termini di geographical scope (dal locale al globale) ma anche -e ovviamente aggiungerei- in termini di interdipendenza reciproca tra i componenti (energia, uso del suolo, cibo, acqua, trasporti, commercio, sviluppo, abitazioni, investimenti, sicurezza, pianificazione delle città, ecc.)

Le imprese, molte, che stanno pagando materialmente il conto di questi rischi, stanno muovendosi in un modo sempre più coordinato. Questa voce che unisce la piccola impresa locale italiana con la grande multinazionale situata in America Latina o negli Stati Uniti fa sì che la comunità imprenditoriale rappresenti una collettività più forte – a volte -delle istituzioni stesse.

Forse perché loro,  a differenza delle Istituzioni, sono in grado di reagire a cambiamenti improvvisi, rapidi ed esponenziali perchè da questo dipende la loro sopravvivenza.

La condivisione delle responsabilità nella mitigazione dei cambiamenti climatici è stata, e resta quindi, una sfida centrale nei negoziati internazionali.

La catapulta del Covid-19 dovrebbe quindi averci fornito di una ulteriore lente con cui guardare questi rischi e ciò che attorno a noi accade o ciò che viene scritto,

Osservare attraverso questa lente non dovrebbe scaturire un sentimento di paura quanto piuttosto di consapevolezza.

Il primo sentimento non apporterebbe nulla, il secondo aprirebbe verso nuovi modi di reagire, si spera.

Erika

Qui lascio il report.

*credits foto di copertina: Inner light (2015), Walter Bee

donne “aspiranti manager” o un’azienda “aspirante equa”?

Sto per organizzare un webinar, per lavoro, sul tema “donne&innovazione” e avevo già in mente di scrivere qualcosa sul tema della sotto-rappresentanza di noi donne nel mondo manageriale e imprenditoriale. Il Presidente del consiglio Conte mi ha preceduto con un gran assist, assegnare un voucher di 35 mila euro a 500 donne per frequentare un master di supporto alla propria carriera: alla c.d. donna «aspirante manager». Categoria interessante, non trovate?

Quindi quale miglior momento per scrivere a riguardo delle donne manager, che aspirano al riconoscimento delle professionalità già in essere.

SPEAK UP

Ho gestito diversi gruppi misti di studenti neolaureati che svolgevano una delle loro prime esperienze lavorative nella mia organizzazione: li chiamo “mis Chic@s”.

Nonostante gli esaurimenti nervosi dovuti alle loro serate – brave-, i ritardi mattutini e le mie lezioni di responsabilizzazione… Questi ragazzi rappresentano una delle parti più soddisfacenti del mio lavoro. 

Ho coltivato sin da subito un certo senso si responsabilità verso loro e in particolare verso le ragazze, che sole vengono in America Latina per una esperienza lavorativa che possa darle un plus nel mondo del lavoro. A business world, pieno di uomini pronti a superarle se non saranno capaci di far ascoltare la propria voce.

Ripetevo spesso che dovevano parlare, buttarsi nelle cose, perché nessuno lo farà per loro.

speak up, since nobody will speak for you”

Ma c’è anche di peggio: potrebbero parlare di noi con retoriche che non ci appartengono.

Per esempio, vi è la convinzione che la sotto rappresentanza delle donne nei ranghi senior delle aziende sia dovuta alle lunghe ore estenuanti che richiedono i migliori posti di lavoro, specialmente nelle società di consulenza. La devozione delle donne alla famiglia è la causa tanto chiacchierata  della sofferenza nella loro carriera.

Perchè allora le statistiche non cambiano per le donne senza figli?

Esiste una interpretazione più banale? Una conclusione di un ragionamento causa-effetto, tanto lineare quanto superficiale.

Adesso, guardiamo questo concetto dall’altro punto di vista -utilizzando un pensiero più critico: e se le donne fossero “trattenute” perché incoraggiate a usufruire di meccanismi di flessibilità, come il “part-time” o internal positioning per poi essere penalizzate dal usufruirne?

Ecco che il tema diventa già più complesso. Il contesto nel quale proviamo a costruire una carriera è fondamentale e ne influenza il risultato.

Pensiamo a qualsiasi business; Porter ci insegna che la competitività della nostra industria dipende principalmente dalle barriere all’ingresso, dai competitors ma anche dalla capacità contrattuale che hanno i miei clienti/fornitori. 

Applicando brevemente questo concetto al nostro problema possiamo subito notare che siamo all’interno di un campo minato: molte aziende ancora -implicitamente- preferiscono assumere uomini; con i nostri competitor ce la giochiamo ma veniamo pagate meno; il potere contrattuale, espresso dalla azienda, è tutto rivolto verso l’affermazione della retorica di partenza (lavoro /famiglia).  

E così le aziende sono continuamente impoverite da figure femminili altamente qualificate. 

Ma quindi

siamo noi donne ad essere “aspiranti manager” o dovrebbe l’azienda essere “aspirante equa”?

Il voucher forse serve più a loro.

Erika

Consiglio di ascoltare questa puntata del podcast di Harvard Business Review “How Workplaces — Not Women — Need to Change to Improve Equality”   in cui si parla proprio di queste barriere invisibili.

A breve altro post sul tema ma questa volta scrivo di quali sono le qualità, di noi donne manager, che gli uomini dovrebbero apprendere …

il triangolo tra Sostenibilita’, supply-chain e servizi finanziari

Un nuovo differenziale per le imprese di servizio finanziario

Vi è stata una crescente attenzione alla responsabilità delle imprese e ai criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) in tutti i settori, compreso il settore dei servizi finanziari.

Gli investitori, le agenzie di rating e le autorità di regolamentazione hanno esercitato pressioni su banche e assicuratori affinché si assumano la responsabilità dei propri comportanmenti e dei rispettivi fornitori.

L’outsourcing e l’espansione dei mercati emergenti hanno portato a catene di fornitura più complesse e geograficamente disperse. Dal punto di vista della gestione aziendale, la resilienza, la stabilità operativa a lungo termine e le prestazioni finanziarie di un’azienda dipendono dalla sostenibilità della sua catena di fornitura in condizioni in continua evoluzione.


Conoscere l’intera catena di approvvigionamento e non solo quella del fornitore diretto è la chiave per la gestione dei rischi per la sostenibilità. Le operazioni relative ai servizi finanziari sono generalmente incentrate su esigenze di approvvigionamento meno “tangibili”, quali servizi IT, gestione dei dati e risorse umane.

Questi servizi comportano l’impegno delle persone e, a tal fine, le condizioni contrattuali e di lavoro dei dipendenti sono fattori significativi nella gestione della catena di approvvigionamento conforme a ESG. La non discriminazione e il rispetto dei diritti umani è fondamentale lungo l’intera catena.

Un’altra area che è stata oggetto di un crescente controllo sono i diritti alla privacy dei dati, la protezione e la responsabilità digitale del settore finanziario. Un punto debole della catena di approvvigionamento può risiedere, ad esempio, nel trasferimento di dati personali tra un procuratore / generatore dei dati e l’agenzia fornitore che li elabora.


L’impronta ambientale diretta delle società di servizi finanziari deriva principalmente dal consumo di energia delle infrastrutture e degli edifici IT, dai rifiuti di hardware ridondante, nonché dalle emissioni di biossido di carbonio (CO2) dei trasporti e dei viaggi. Con l’IT e la gestione dei dati sempre più esternalizzati, l’utilizzo diretto dell’energia da parte del settore finanziario si sta riducendo, ma i consumi sono ancora in corso nella posizione di altri partecipanti nella catena del valore. Idealmente, le ambizioni di sostenibilità di un’azienda acquirente convergono con quelle di fornitori, clienti e altre parti interessate.


Tutto sommato, tuttavia, il rispetto dei criteri ESG lungo l’intera catena non garantisce la sostenibilità aziendale a lungo termine: le catene di approvvigionamento devono anche essere resistenti agli shock. Cosa succede se un singolo fornitore di un prodotto o servizio nella catena non è in grado di fornire a causa di una pandemia o di un attacco informatico? O se l’interruzione di una piattaforma basata su cloud per la quale non esistono alternative porta a un’interruzione dell’attività e anche alla possibile perdita di dati? La diversità dei fornitori in termini di numero e geografia aiuta ad aumentare la resilienza di una catena di approvvigionamento, ma la riconciliazione e la gestione attiva dei compromessi tra requisiti esterni, ottimizzazione dei processi e solidità delle catene di approvvigionamento saranno ancora fondamentali. La gestione responsabile e sostenibile della catena di approvvigionamento offre molte opportunità per qualsiasi attività assicurativa o bancaria e può anche fungere da differenziatore competitivo.

alla Ricerca di un’intuizione e di una passione

Recentemente una mia cara tirocinante, che ho avuto il piacere di supportare durante il suo periodo in stage nella mia organizzazione mi ha chiesto consiglio. Appena laureata le hanno offerto un lavoro, relativamente stabile, che però discosta da quello che è il suo piano A, la sua passione.

Passioni e Intuizioni

Sei appassionato di qualcosa? Oppure, sei ancora alla ricerca?

Io sono una di quelle persone che non sapeva esattamente cosa avrei voluto essere da grande. O meglio, vi erano troppe cose che pensavo avrei potuto fare.

Rimpiango ancora, avvolte, di non aver scelto con più coraggio un percorso universitario diverso da quello intrapreso. Ho commesso errori duranti gli anni però sono sempre stata una gran lavoratrice, sono in procinto di prendermi il secondo titolo, leggo tanto, viaggio e sono aperta a tutto ciò che il mondo ha da offrire. Non tutto ha funzionato ma bisogna prendere il meglio da ciascuna circostanza.

Non so ancora quale sarà il mio prossimo indirizzo lavorativo che immagino condizionerà buona parte dei miei prossimi anni. Spero vivamente di poter svolgere qualcosa che mi appassioni tutti i giorni. 

E se invece non fosse così?

Ricordo vagamente un articolo di uno scrittore e psicologo americano che trattava il tema delle passioni e di come vengono generalmente “sopravalutate”. Il concetto è un pò più ampio ma ci arriviamo…

Articolo trovato!

Le intuizioni non cadono dal cielo

Il concetto è effettivamente più ampio: ciò che è sopravalutato è il bisogno per chi non ha una passione di averne una a tutti i costi. In realtà è già presente ma non ne siamo consapevoli. QUesto vale tanto per una passione quanto per quella tanto desiderata intuizione di innovazione che stai ricercando per il lavoro.

Non si trova molto in letteratura, non vi sono degli step da seguire o un processo da adottare per “trovare” la tua passione/intuizione.

John Kounios e  Mark Beeman, neuro-scienziati, lo descrivono come il fattore Eureka, i “aha moments”…

I momenti di Eureka o aha sono improvvise realizzazioni che espandono la nostra comprensione del mondo e di noi stessi, conferendo sia crescita personale che vantaggio pratico. Quel momento di illuminazione e di creatività. I due autori scrivono:

“Sebbene le intuizioni spesso siano una sorpresa, a volte possiamo percepire che un’idea è presente, in agguato proprio sotto la soglia della consapevolezza, pronta ad emergere. Questo fenomeno sconcertante ha una strana qualità soggettiva. Sembra che un’idea stia per esplodere nella tua coscienza, quasi come se stessi per starnutire”

Continuando spiegando che questa esperienza è associata all’”intuizione”, cioè alla consapevolezza della presenza di un’informazione  nella parte inconscia della nostra mente – un’idea, una soluzione- senza però comprenderne i contenuti (l’informazione stessa) fino a quando questa non si presenti in forma conscia.

La sopravvalutazione della ricerca di una passione è quindi dovuta al fatto che prima o poi semplicemente salterà fuori. Per il momento se non hai una passione è perché probabilmente non è manifesta ma inconscia.

Possiamo fare qualcosa per spronare questa consapevolezza?

Alcuni artisti lo fanno con periodo di “incubazione”, di allontanamento dal lavoro o da quello che provoca questo momento di non-ispirazione.

  1. Sicuramente piangersi addosso non serve. Sii positivo e non entrare in quel loop di negatività  che non porta da nessuna parte. Come cantava Giovanotti “pensa positivo”. E’ stato scientificamente provato che la predisposizione di vedere (o inventare) soluzioni è estremamente ridotta in uno stato di stress e non apertura.
  2. Quindi, muoviti: parla con gente, leggi, informati. Sii aperto. Trova delle occasioni per condividere delle informazioni con persone conosciute ma direi sopratutto nuove nella tua cerchia che potrebbero fornirti un’altra prospettiva.
  3. Concentrati sulle cose importanti. Fai una selezione senza però restare impigliato. Qui entra in gioco l’apertura e la necessità distanziarsi dal problema.

Le ricerche empiriche hanno dimostrato l’idea che i periodi di incubazione, anche se brevi, possono aumentare significativamente il rendimento creativo di una persona. 

Una possibile spiegazione per queste scoperte è che quando si presentano problemi complicati, la mente può spesso rimanere bloccata, ritrovandosi a rintracciare ripetutamente alcuni percorsi del pensiero – un loop. Quando si lavora incessantemente su un problema, è possibile essere fissati su soluzioni precedenti invece di trovare nuove possibilità.

Quindi, quando ritorni al problema originale, la tua mente è più aperta a nuove possibilità.

L’importante è continuare a “muoversi” e non aspettare passivamente. E se stai leggendo significa che devi solo continuare a fare quello che stai facendo!

il design thinking per non rimanere impigliati

Design Thinking on your Life

Questo è per me un periodo pieno di incertezza e come spesso capita di altrettanta euforia dovuta al cambiamento. Le giornate sono volatili con cambi repentini e inaspettati, tra picchi di gioia e speranza e bruschi cali nell’oblio della disperazione. L’ottimismo è sempre pronto a prevalere. L’incertezza di quello che sarà il mio futuro lavorativo da qui a un anno mi ha costretto a riflettere e a pormi delle domande su cosa voglio dalla mia vita professionale e su cosa sono disposta a dare o lasciare. Non voglio aspettare passivamente che qualcosa dal mondo esterno mi cada addosso o, peggio ancora, rimanere impigliata nell’indecisione.

Quante volte rimaniamo impigliati a causa di costruzioni mentali o dell’incertezza.

In questo mio processo di analisi personale o meglio di “alfabetizzazione” di me e delle mie capacità ho scoperto diverse “tecniche” che hanno l’obiettivo di superare proprio quel blocco. Una tra queste è proprio il Design Thinking applicato alla propria vita. 

Piuttosto che su “cosa voglio essere da grande” questo metodo riflette su “quello in cui voglio diventare mentre il disegno della nostra vita avanza e si apre”. 

Il Design Thinking è una metodologia generalmente utilizzata in ambito imprenditoriale o ingegneristico su prodotti e servizi. E’ un modo di pensare, tipico dei designers, nel tentativo di risolvere problematiche in modo innovativo e nel creare del “nuovo”. Infatti, il blocco di cui parlavo prima è un’esperienza famigliare e ripetitiva per i designer che si trovano a ideare, testare, fallire, re-ideare in in un circolo continuo. 

Siamo bloccati da quello che gli psicologi chiamo “distorsioni cognitive”, convinzioni che possediamo senza metterle alla prova o senza titubarne la loro veridicità.  Sono distorsioni che hanno a che fare con l’effettivo contenuto del pensiero. Sono credenze, aggiungerei inutili e imprecise, che ci fanno interpretare le cose in modo negativo o disattivo e che limitano la nostra possibilità di sperimentazione.

Alcuni esempi? Qui alcune frasi tipiche che contengono distorsioni cognitive: “Le persone non possono cambiare” oppure “sono pigro” o ancora “dovresti già sapere dove stai andando vista la tua età”. 

Tutti questi pre-concetti spesso sono supportati da schemi del mondo esterno. Oggi va tanto di moda dirlo…”be the best version of you”. Io di questo motto ne ho fatto un mantra fino a poco tempo fa per poi scoprire che forse non mi interessava davvero essere “la migliore” versione di me stessa tuttalpiù “essere”. Esiste questa versione migliore?  E se si come faccio a sapere quando l’ho raggiunta? E poi, come si può essere la versione migliore di se stessi in questo mondo non lineare, non consequenziale, non ordinato? 

Un esempio concreto. Ho creato la pagina del mio blog per avere uno spazio in cui contenere le mie riflessioni, curiosità e letture per poi non renderlo pubblico per mesi, ero bloccata dall’idea del giudizio, perché doveva essere la “migliore” versione possibile. Ma perchè? Ma per chi? Ma chissene. Cosa mi stavo perdendo in questo frattempo? 

Il paradigma “the -one- best way”  è ormai obsoleto (persino nel mondo imprenditoriale il quale è stato l’ideatore di questa mentalità) perché lento e pesante.

“The unattainable best is the enemy of all the  available betters.” (BILL BURNETTE)

Ossia ”L’irraggiungibile migliore è il nemico di tutte le alternative migliori disponibili.” ( Bill Burnett)

Quindi sono giunta a capire che vi sono diverse versioni di noi stessi e ciascuna versione nel mezzo tra il mio punto di partenza e il punto d’arrivo immaginario è un passo avanti. Non si tratta di accontentarsi; chi mi conosce sa che non mi accontento, -quasi- mai . Si tratta di avanzare e non rimanere bloccati.

I Mindset caratterizzanti questi professionisti vengono quindi traslati e applicati al nostro essere quotidiano grazie all’individuazione di cinque fasi che dovrebbero aiutarti ad avanzare e “non rimanere impigliati”. 

CINQUE IDEE DA CUI PARTIRE

1. Connetti le parti. Connettere chi siamo, in cosa crediamo, cosa facciamo-  permette di dare senso al proprio percorso. Attenzione, ti viene chiesto perché lavori e  non cosa fai o quale lavoro vorresti, ma per cosa? Quale è la tua visione  del mondo, in cosa credi? Cerca di connettere in modo coerente la vita lavorativa con quella personale, già questa è un’esperienza che da significato…

2. Identifica i Gravity Problems. I gravity problems sono “problematiche” insormontabili che non possono essere cambiate o che non sei disposto ad avere. Non possiamo risolvere una problematica che non vogliamo accettare come tale. Se hai un problema di gravità e non hai voglia di lavorarci o risolverlo allora non è nient’altro che un circostanza nella tua vita. Da li in avanti è una scelta personale avanzare e iniziare un processo di soluzione (ri-contestualizzazione del problema) oppure o accettarla in quanto circostanza. Un tipico esempio è dato da una azienda familiare in cui il Presidente è sempre stato un membro della famiglia. Non sei parte della famiglia non puoi essere Presidente, vero. E se non fosse vero? Bene, sei di fronte a una scelta e decidere cosa fare: è questa una condizione di circostanza o una problematica che sei disposto a ri-contestualizzare e lavorarci? 

3. Immagina futuri alternativi. Bisogna essere coscienti che ognuno di noi ha più di uno solo io. Immagino almeno altre 8 vite che avrei potuto condurre (la sportiva, la giornalista, l’ingegnere, l’imprenditrice, l’artistia…potrei andare avanti ma evito). L’esercizio consiste nel pensare a un piano di 5 anni di tre futuri alternativi. Il primo idealmente è il tuo stato attuale, non ci sono cambiamenti solo alcune mete/obiettivi posti (nessuna deviazione ma soddisfazioni da prendersi, grandi o piccole, lavorative o non). Per il secondo piano sul tuo futuro parti dall’ipotesi che il tuo “stato attuale” (la tua posizione lavorativa per esempio) domani non esisterà più e  chiediti cosa faresti. La terza alternativa consiste nella carta nascosta o selvaggia. Puoi immaginare di stare bene, hai le risorse necessarie per decidere di poter fare qualcosa senza preoccupazione del giudizio delle persone circostanti. Cosa faresti?

4. Costruisci un Prototipo. A questo punto hai raccolto le idee e il design thinking prevede di eseguire un prototipo, una sorta di test nel mondo reale. Per farlo inizia  a interrogati con domande interessanti (“e se provo a fare questo?), chiediti se l’ipotesi è fondata (“è davvero quello che voglio o è un desiderio che avevo da adolescente?”), e pensa a  come coinvolgere altri nel mio prototipo. Puoi per esempio avere delle conversazioni con chi attualmente ricopre una figura professionale a cui aspiri oppure sperimenta, entra in azione, e provalo direttamente sul campo per capire come ti senti.

5. Scegli, bene. Infine arriva il momento della scelta. Come farlo? Innazitutto decidi senza avere paura di ciò che non stai decidendo/scegliendo  (pensa, hanno anche coniato un termine per questo paura “FOMO: fear of missing out”). Sii concentrato  su tuo obiettivo ma mantenendo la visione laterale aperta, perché è lì lo spazio in cui quelle interessanti opportunità  – di cui siamo alla ricerca- si mostrano. Non essere iper-razionale ma ascolta anche il tuo istinto. Infine, prendi la decisione pensando a questa come definitiva (e non reversibile), altrimenti la possibilità di poter tornare indietro e “cambiare” scelta continuamente ti renderà infelice perché qualsiasi tua decisione sarà insoddisfacente

E’ una dura verità: il nostro processo di decisione da quello più complesso a quello più semplice sempre termina con una fase di agonia data dalla scelta “non giusta”. Io per prima non ero mai soddisfatta fino in fondo della scelta intrapresa e questo è spesso dovuto al pensiero di ciò che si lascia dietro, appunto della paura di non aver scelto l’opzione giusta.

Adesso a lavoro: hai gli strumenti per essere il designer della tua prossima scelta.

Erika.

Vi consiglio il TEDx di Bill Burnett (Professore di Stanford, Direttore del Dipartimento di Design) e il suo libro Life Design Lab da cui ho preso maggiori spunti per scrivere il post.

Rituali

Oggi riflettevo sui Rituali.

E’ domenica, la domenica prima di Pasqua. Non è una novità per chi vive lontano dalla propria famiglia: le festività sono un momento di nostalgia. Riflettevo sui rituali, quelli in famiglia, a lavoro e così via.

Scommetto che se vi chiedessi di cosa avete nostalgia la vostra risposta sarebbe legata a un particolare episodio che sempre si ripete durante  quei gironi di festività…(come per esempio la pasta fatta in casa che la nonna prepara in quella occasione, l’uscita in famiglia, un gioco da tavolo per il dopo pranzo oppure la passeggiata al mare).

Siamo legati ai rituali perché hanno un potere risanatore.

Si legge ormai in ogni dove che la gente recentemente sta adottando “nuove abitudini” per fronteggiare la situazione di quarantena a cui il Covid-19 ci sta obbligando.

Io ne ho diversi di rituali, durante la settimana o nei weekend, persino durante l’allenamento:

prendere il primo caffè della giornata in una particolare tazzina, la colazione – ricca- della domenica, l’allenamento del sabato con gli amici o la corsa al parco che ripete lo stesso giro nella stessa direzione, sempre.

Mi viene in mente il formidabile giocatore di Tennis Nadal e i suoi mille riti durante la partita prima di battere un colpo o durante i momenti di break tra un tempo e l’altro.

prendersi il controllo di qualcosa 

Il rituale è un meccanismo umano interessante nella gestione delle emozioni nell’affrontare anche momenti di ansietà o problematici.

La loro utilità non sta nella loro praticità.  Però, se permette di creare un senso di controllo allora lì risiede la loro utilità generando e donando un senso di calma.

La tecnologia sta aiutando la gente a creare nuovi rituali o adattare quelli già esistenti in questa situazione di “isolamento” fisico. Un aperitivo su zoom con gli amici il venerdì o l’ora dedicata a yoga (che prima mai avresto immaginato di fare) o semplicemente il tè del pomeriggio tra una mail di lavoro e l’altra. 

I riti ci stanno aiutando a superare questo momento, permettendoci di ristabilire il nostro senso di controllo sulle nostre vite quando percepiamo di averlo perso.

E’ un processo di regolarizzazione che sembra il nostro essere abbia bisogno, in una certa misura.

Allo stesso modo, penso a quanto siano importanti nell’ambito lavorativo e che, se non rispettati, possono causare un senso di disorientamento: il caffè con il tuo gruppo di lavoro prima della riunione settimanale con il capo oppure il pranzo mensile con i colleghi di ufficio etc. Le aziende sono sempre più esplicitamente caratterizzate da “modi di fare”, rituali, che ne determinano la loro cultura tacita.

il rituale spesso viene anche usato come forza di controllo su di noi

Quanto è importante entrare in quel gruppo di persone che prendono il caffè tutti assieme prima della riunione? E’ una forma di esclusione non esserne parte? IIo credo di si , implicitamente o a volte anche volontariamente.

I rituali quindi possono essere studianti come meccanismi di gestione personale dal potere rigenerativo e come forme di controllo esercitate sugli altri. Meriterebbe un’approfondimento…

Bene, è giunta l’ora del mio tè…

E voi che rituali stravaganti avete?