donne “aspiranti manager” o un’azienda “aspirante equa”?

Sto per organizzare un webinar, per lavoro, sul tema “donne&innovazione” e avevo già in mente di scrivere qualcosa sul tema della sotto-rappresentanza di noi donne nel mondo manageriale e imprenditoriale. Il Presidente del consiglio Conte mi ha preceduto con un gran assist, assegnare un voucher di 35 mila euro a 500 donne per frequentare un master di supporto alla propria carriera: alla c.d. donna «aspirante manager». Categoria interessante, non trovate?

Quindi quale miglior momento per scrivere a riguardo delle donne manager, che aspirano al riconoscimento delle professionalità già in essere.

SPEAK UP

Ho gestito diversi gruppi misti di studenti neolaureati che svolgevano una delle loro prime esperienze lavorative nella mia organizzazione: li chiamo “mis Chic@s”.

Nonostante gli esaurimenti nervosi dovuti alle loro serate – brave-, i ritardi mattutini e le mie lezioni di responsabilizzazione… Questi ragazzi rappresentano una delle parti più soddisfacenti del mio lavoro. 

Ho coltivato sin da subito un certo senso si responsabilità verso loro e in particolare verso le ragazze, che sole vengono in America Latina per una esperienza lavorativa che possa darle un plus nel mondo del lavoro. A business world, pieno di uomini pronti a superarle se non saranno capaci di far ascoltare la propria voce.

Ripetevo spesso che dovevano parlare, buttarsi nelle cose, perché nessuno lo farà per loro.

speak up, since nobody will speak for you”

Ma c’è anche di peggio: potrebbero parlare di noi con retoriche che non ci appartengono.

Per esempio, vi è la convinzione che la sotto rappresentanza delle donne nei ranghi senior delle aziende sia dovuta alle lunghe ore estenuanti che richiedono i migliori posti di lavoro, specialmente nelle società di consulenza. La devozione delle donne alla famiglia è la causa tanto chiacchierata  della sofferenza nella loro carriera.

Perchè allora le statistiche non cambiano per le donne senza figli?

Esiste una interpretazione più banale? Una conclusione di un ragionamento causa-effetto, tanto lineare quanto superficiale.

Adesso, guardiamo questo concetto dall’altro punto di vista -utilizzando un pensiero più critico: e se le donne fossero “trattenute” perché incoraggiate a usufruire di meccanismi di flessibilità, come il “part-time” o internal positioning per poi essere penalizzate dal usufruirne?

Ecco che il tema diventa già più complesso. Il contesto nel quale proviamo a costruire una carriera è fondamentale e ne influenza il risultato.

Pensiamo a qualsiasi business; Porter ci insegna che la competitività della nostra industria dipende principalmente dalle barriere all’ingresso, dai competitors ma anche dalla capacità contrattuale che hanno i miei clienti/fornitori. 

Applicando brevemente questo concetto al nostro problema possiamo subito notare che siamo all’interno di un campo minato: molte aziende ancora -implicitamente- preferiscono assumere uomini; con i nostri competitor ce la giochiamo ma veniamo pagate meno; il potere contrattuale, espresso dalla azienda, è tutto rivolto verso l’affermazione della retorica di partenza (lavoro /famiglia).  

E così le aziende sono continuamente impoverite da figure femminili altamente qualificate. 

Ma quindi

siamo noi donne ad essere “aspiranti manager” o dovrebbe l’azienda essere “aspirante equa”?

Il voucher forse serve più a loro.

Erika

Consiglio di ascoltare questa puntata del podcast di Harvard Business Review “How Workplaces — Not Women — Need to Change to Improve Equality”   in cui si parla proprio di queste barriere invisibili.

A breve altro post sul tema ma questa volta scrivo di quali sono le qualità, di noi donne manager, che gli uomini dovrebbero apprendere …

Rituali

Oggi riflettevo sui Rituali.

E’ domenica, la domenica prima di Pasqua. Non è una novità per chi vive lontano dalla propria famiglia: le festività sono un momento di nostalgia. Riflettevo sui rituali, quelli in famiglia, a lavoro e così via.

Scommetto che se vi chiedessi di cosa avete nostalgia la vostra risposta sarebbe legata a un particolare episodio che sempre si ripete durante  quei gironi di festività…(come per esempio la pasta fatta in casa che la nonna prepara in quella occasione, l’uscita in famiglia, un gioco da tavolo per il dopo pranzo oppure la passeggiata al mare).

Siamo legati ai rituali perché hanno un potere risanatore.

Si legge ormai in ogni dove che la gente recentemente sta adottando “nuove abitudini” per fronteggiare la situazione di quarantena a cui il Covid-19 ci sta obbligando.

Io ne ho diversi di rituali, durante la settimana o nei weekend, persino durante l’allenamento:

prendere il primo caffè della giornata in una particolare tazzina, la colazione – ricca- della domenica, l’allenamento del sabato con gli amici o la corsa al parco che ripete lo stesso giro nella stessa direzione, sempre.

Mi viene in mente il formidabile giocatore di Tennis Nadal e i suoi mille riti durante la partita prima di battere un colpo o durante i momenti di break tra un tempo e l’altro.

prendersi il controllo di qualcosa 

Il rituale è un meccanismo umano interessante nella gestione delle emozioni nell’affrontare anche momenti di ansietà o problematici.

La loro utilità non sta nella loro praticità.  Però, se permette di creare un senso di controllo allora lì risiede la loro utilità generando e donando un senso di calma.

La tecnologia sta aiutando la gente a creare nuovi rituali o adattare quelli già esistenti in questa situazione di “isolamento” fisico. Un aperitivo su zoom con gli amici il venerdì o l’ora dedicata a yoga (che prima mai avresto immaginato di fare) o semplicemente il tè del pomeriggio tra una mail di lavoro e l’altra. 

I riti ci stanno aiutando a superare questo momento, permettendoci di ristabilire il nostro senso di controllo sulle nostre vite quando percepiamo di averlo perso.

E’ un processo di regolarizzazione che sembra il nostro essere abbia bisogno, in una certa misura.

Allo stesso modo, penso a quanto siano importanti nell’ambito lavorativo e che, se non rispettati, possono causare un senso di disorientamento: il caffè con il tuo gruppo di lavoro prima della riunione settimanale con il capo oppure il pranzo mensile con i colleghi di ufficio etc. Le aziende sono sempre più esplicitamente caratterizzate da “modi di fare”, rituali, che ne determinano la loro cultura tacita.

il rituale spesso viene anche usato come forza di controllo su di noi

Quanto è importante entrare in quel gruppo di persone che prendono il caffè tutti assieme prima della riunione? E’ una forma di esclusione non esserne parte? IIo credo di si , implicitamente o a volte anche volontariamente.

I rituali quindi possono essere studianti come meccanismi di gestione personale dal potere rigenerativo e come forme di controllo esercitate sugli altri. Meriterebbe un’approfondimento…

Bene, è giunta l’ora del mio tè…

E voi che rituali stravaganti avete?